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Le Donne più cattive della storia: intrighi di sangue e potere
Intervista a Maurizio Roccato | Video

Il male ha un volto, e non è mai stato cosi affascinante. Nel suo ultimo libro Le donne più cattive della storia. Intrighi di sangue e potere, il criminologo Maurizio Roccato accompagna il lettore in un viaggio affascinante e inquietante tra le figure femminili più controverse del passato. Donne che hanno saputo esercitare il potere con astuzia, ferocia e intelligenza, lasciando un’impronta indelebile nella storia.

Tra le protagoniste emergono nomi che evocano immediatamente mistero e crudeltà: Erzsébet Báthory, la contessa ungherese accusata di efferati delitti; Caterina de’ Medici, regina di Francia e regista di intrighi politici e religiosi; Lucrezia Borgia, simbolo di seduzione e ambizione in un’epoca dominata dagli uomini. Ma tra le pagine del libro spicca anche una figura meno conosciuta, eppure straordinaria: Ching Shih, la piratessa cinese che nel XIX secolo comandò una delle flotte più potenti del mondo. La sua storia colpisce per la determinazione e la lucidità con cui seppe trasformare la propria condizione in potere, imponendo regole ferree e conquistando il rispetto, e il timore, di imperi e marinai.

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Nella prefazione, Roccato scrive: “Il male ha un volto, e non è mai stato così affascinante.” Una frase che racchiude l’essenza del libro: il male non è solo distruzione, ma anche seduzione, carisma, intelligenza. Le protagoniste di queste pagine non sono semplicemente “cattive”, ma donne che hanno saputo piegare il destino alle proprie ambizioni, sfidando i limiti imposti dal loro tempo.

L’intervista con il Dott. Roccato si propone di esplorare proprio questo dualismo: la linea sottile tra potere e crudeltà, tra fascino e terrore, tra la leggenda e la verità storica di donne che, nel bene e nel male, hanno scritto la storia.

L’intervista

Dott. Maurizio Roccato

Dott. Roccato cosa l’ha spinta a dedicare un intero volume alle figure femminili più spietate della storia?

Innanzitutto la necessità di fare chiarezza. Da anni mi occupo di criminologia, tengo conferenze, ho scritto saggi e curo mostre a carattere internazionale su questo tema, come quella sui serial killer che ha da poco lasciato l’Europa e sta girando negli Stati Uniti. Durante i miei studi mi sono reso conto che il grande pubblico tende ad associare automaticamente il crimine alla figura maschile. Eppure, anche se è vero che la stragrande maggioranza dei criminali è composta da uomini, esistono donne che hanno commesso atti terribili, a volte peggiori della loro controparte maschile, le cui storie sono spesso rimaste sepolte o oscurate da figure più “mediatiche”, raccontate dal cinema o dalla letteratura. Così ho scelto di recuperarle, ma non per criminalizzare le donne, ma per un atto di giustizia: riconoscere che alcune hanno commesso crimini orrendi distinguendo, però, chi è stata realmente malvagia e chi è stata vittima di propaganda, pregiudizio o convenienza politica. La chiarezza passa anche da qui.

Nella sua ricerca, ha trovato un filo conduttore che accomuna queste donne, al di là della crudeltà?

Ogni vicenda è determinata da motivazioni personali e condizionamenti culturali, che differiscono quindi con il contesto famigliare, storico e sociale. È comunque importante notare che in molte culture le donne, sebbene riconosciute indispensabili per la società, sono state a lungo sospettate di essere fonte di innumerevoli miserie umane. Questa considerazione è sopravvissuta in modo piuttosto contraddittorio a fianco dei lodati ideali di purezza, dedizione alla famiglia e bellezza, che spesso, però, non sono riusciti a prevalere su modelli culturali che hanno dipinto il genere femminile come l’incarnazione di sinistre forze del male che hanno sfruttato doti di seduzione per attivare comportamenti vendicativi, malvagi e manipolatori. Se proprio vogliamo trovare un filo conduttore sono questi aspetti che le accomunano.

La frase “Il male ha un volto, e non è mai stato così affascinante” è molto potente. Cosa rappresenta per lei questo concetto di “male affascinante”?

Il fascino del male, per quanto possa sembrare contraddittorio, è un’attrazione inspiegabile e in alcuni casi morbosa che spesso l’essere umano prova verso figure oscure, criminali o malvagie. Queste proiettano un senso di potere assoluto, libertà dalle regole e carisma che può risultare seducente e, al tempo stesso, rappresentano il desiderio inconscio di esplorare gli aspetti più cupi dell’animo umano senza subirne le conseguenze reali. La curiosità è naturale e innata nella nostra specie, come il desiderio di comprendere i lati oscuri e complessi della vita. Imprese spietate e criminali rappresentano uno di questi, catturano l’attenzione oltre a presentare contesti dove facilmente scorrono empatia e identificazione: i lettori possono empatizzare con le vittime e cercare di immaginare come si sentirebbero in situazioni simili.
Sono questi aspetti che rendono il male paradossalmente attraente, e uno stimolo ancora maggiore si verifica quando a macchiarsene sono figure che, per cultura e tradizione, si considerano incapaci di commetterlo, come le donne.

Ritratto di Lucrezia Borgia – ricostruzione AI basata su fonti storiche

Quanto c’è di verità storica e quanto di leggenda nei racconti su figure come Erzsébet Báthory o Lucrezia Borgia?

Studi recenti delineano un profilo di Erzsébet Báthory diverso dalla leggenda nera che la accompagna da secoli, confermando come le accuse delle atrocità da lei commesse fossero infondate e rivelando una figura di sovversiva religiosa, commerciante di libri e forse persino tipografa. In questa nuova luce, la contessa appare come una femminista radicale che impiegò il proprio castello e il suo vasto patrimonio per offrire istruzione a numerose giovani donne, un’attività che in un’epoca dominata dalla caccia alle streghe rese estremamente facile la sua trasformazione in un mostro sanguinario. Le centinaia di adolescenti che si ritenevano sue vittime erano in realtà ragazze della regione, rimaste sole e private dei loro beni a causa delle continue guerre che avevano decimato gli uomini delle loro famiglie; Erzsébet le accoglieva per fornire loro asilo e formarle all’interno di una vera e propria scuola. I documenti dell’epoca indicano inoltre che, dopo essere rimasta vedova, la contessa investì una cifra astronomica, paragonabile a circa 26 milioni di euro attuali, in capi d’abbigliamento veneziani destinati al commercio e non al proprio guardaroba, suggerendo che le ragazze non fossero schiave da torturare, ma collaboratrici inserite nei suoi ampi circuiti d’affari in tutta Europa. È evidente che una donna così colta, capace di produrre e diffondere cultura in autonomia, rappresentava una minaccia politica intollerabile, fornendo ai suoi detrattori il movente ideale per orchestrarne la rovina, zittirla definitivamente e tentare di cancellare ogni traccia positiva del suo operato dalla memoria storica.
Lucrezia Borgia, invece, apparteneva a una delle tante dinastie storiche rinascimentali nei cui alberi genealogici, seppur blasonati, non mancavano assassini, sadici e depravati morali che rendevano tradimento e omicidio prassi frequente anche all’interno della stessa casata, basti pensare alla famiglia reale di Napoli o ai duchi Visconti di Milano. Gli Sforza non si astennero da tali pratiche, ma forse le attuarono un po’ meno, nonostante una reputazione che li vorrebbe terribili e malvagi.

Ritratto di Papa Alessandro VI – ricostruzione AI basata su fonti storiche

A screditare Lucrezia ci pensò inizialmente papa Giulio II, successore di Alessandro VI Borgia, verso il quale nutriva un odio talmente profondo da spingerlo a concentrare ogni energia nel tentativo di infangare la reputazione di tutti i membri della sua casata. Per ottenere la restituzione del Ducato di Romagna, ad esempio, non esitò a ricorrere all’uso delle armi e giunse persino a imprigionare Cesare Borgia, fratello di Lucrezia, alimentando ulteriormente il clima di disonore che finì per travolgere inevitabilmente anche lei. Nonostante la sua estraneità alle colpe paterne, l’essere figlia di un papa fornì all’opinione pubblica un pretesto ideale per trasformarla nel simbolo della corruzione sessuale imputata ai pontefici del Rinascimento, un’immagine distorta che venne poi definitivamente compromessa dalla diffusione della leggenda legata all’incesto. Altri scandali, come il ritrovamento nel Tevere del corpo di Pedro Calderón, favorito del papa, alimentarono il sospetto che Cesare Borgia l’avesse fatto uccidere per nascondere una gravidanza di Lucrezia durante le trattative per le sue seconde nozze, contribuendo a una reputazione negativa amplificata poi nei secoli da Voltaire, Hugo e Dumas che la dipinsero come una femme fatale e avvelenatrice. Nonostante le accuse contemporanee di sadismo e l’uso della cantarella, una variante dell’arsenico, la storiografia e la scienza moderna tendono a considerare queste descrizioni una leggenda legata alla cupa fama della famiglia.

Ritratto della piratessa Ching Shih – ricostruzione AI basata su fonti storiche

Ching Shih è una figura meno nota ma incredibilmente moderna per la sua epoca. Cosa l’ha colpita di più della sua storia?

Principalmente la sua determinazione. Nata in povertà inizialmente lavorò come prostituta in un bordello galleggiante a Canton, ma quando sposò il noto pirata Cheng I, comandante della Flotta della Bandiera Rossa, riuscì a trasformare una collezione di bande rivali in una vasta confederazione organizzata. Nemmeno la morte del marito la fece vacillare: quando avvenne Ching Shih non si ritirò, ma prese abilmente il comando della flotta, consolidando la sua autorità anche attraverso il matrimonio con il figlio adottivo.

Crede che la percezione del “male femminile” sia cambiata nel tempo o che continui a essere giudicata con parametri diversi rispetto a quello maschile?

La nostra impressione del male è molto condizionata da come, a livello inconscio, percepiamo una persona, sensazione che a usa volta è influenzata dal suo aspetto fisico. La nostra tendenza a giudicare gli individui su questa base affonda le radici in pregiudizi storici risalenti al Medioevo, quando le imperfezioni del volto erano interpretate come segni di malvagità o possessione. Questo retaggio influenza ancora oggi le nostre reazioni istintive, portandoci a diffidare di visi asimmetrici o dai lineamenti spigolosi, che vengono spesso associati a un’indole violenta. Al contrario, proviamo una naturale fiducia verso volti con tratti delicati, infantili o caratterizzati da occhi grandi, poiché richiamano inconsciamente l’innocenza dei bambini; l’unione di questi elementi rassicuranti con un sorriso cordiale determina la nostra percezione finale di onestà e sicurezza, che incide sul nostro giudizio.
Per testare la reale attendibilità di queste percezioni sono stati realizzati esperimenti in cui un gruppo di volontari doveva valutare l’attrattività e l’onestà di duecento soggetti, i quali venivano poi sottoposti a rigorose analisi psicologiche sulla loro effettiva condotta morale. I risultati hanno evidenziato una sorprendente corrispondenza tra l’impressione iniziale e il comportamento reale per quanto riguarda gli uomini, mentre il quadro è apparso decisamente più complesso per i volti femminili. Si è notato infatti che le donne con un passato di condotte disoneste risultavano molto più difficili da inquadrare correttamente rispetto ai colleghi maschi, probabilmente a causa di una maggiore abitudine sociale all’uso del trucco e alla cura estetica. Questi accorgimenti, insieme a pettinature ricercate, tendono ad ammorbidire i tratti del viso e a enfatizzare le dimensioni di occhi e labbra, creando artificialmente quell’aspetto fanciullesco che induce inconsciamente i valutatori a formulare giudizi di innocenza e sincerità anche laddove non corrispondano alla realtà.

Dott. Maurizio Roccato

Se dovesse scegliere una sola protagonista del libro come simbolo del potere femminile nella storia, chi sarebbe e perché?

Sicuramente Caterina de’ Medici, ché riuscì a mantenere saldo il controllo della corona francese in un periodo di caos totale, governando di fatto per trent’anni attraverso i suoi tre figli. Dimostrò una notevole capacità di mediazione che le permise di gestire le sanguinose guerre di religione tra cattolici e ugonotti, cercando inizialmente una politica di tolleranza per evitare che le grandi famiglie nobiliari distruggessero il regno.
La sua immagine è stata poi distorta per secoli da una “leggenda nera” nata durante la Rivoluzione Francese, che interpretò la sua politica come dispotica, e alimentata nell’Ottocento da autori come Alexandre Dumas, che diffusero accuse infondate su presunte pratiche di avvelenamento messe in opera dalla regnante. Nonostante la riabilitazione operata dagli storici contemporanei a partire dal XX secolo, persiste ancora oggi una visione popolare di donna spietata e perfida, spesso strumentalizzata dal turismo locale attraverso racconti lugubri che favoriscono i pregiudizi storici e lo stigma associato alle donne al potere.

Quale messaggio spera che il lettore porti con sé dopo aver letto Le donne più cattive della storia?

Quello di una maggiore obbiettività di giudizio, sempre più difficile da praticare con gli attuali canali di informazione. Il ruolo dei media nella narrazione del crimine è infatti diventato cruciale, e influenza profondamente il modo in cui la società interpreta i delitti e il sistema legale. Attraverso una drammatizzazione mirata, l’informazione modella l’opinione pubblica ricorrendo a stereotipi di genere, specialmente quando si tratta di imputate donne. Per massimizzare l’audience, le figure femminili vengono spesso polarizzate tra il ritratto di una malvagia violenta e deviante, se non rispettano i canoni tradizionali, e quello di una vittima vulnerabile e sottomessa, se l’obiettivo è suscitare pietà. Questa manipolazione narrativa fa sì che le donne che mostrano tratti non conformi alle aspettative sociali di passività vengano giudicate dalla collettività con una severità maggiore. E in un contesto sociale in cui è sempre più difficile stabilire il confine tra giusto e sbagliato, tra reale e artificiale, c’è sempre più che mai bisogno di maggiore senso critico e ricerca della verità oggettiva.

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