Siracusa celebra il suo fondatore: inaugurato l’Elmo di Archia
Lunedì 20 luglio 2026 la città di Siracusa ha inaugurato l’installazione “Elmo di Archia”, una nuova opera d’arte pubblica firmata dalla scultrice Stefania Pennacchio e collocata alla Porta Marina (Foro Vittorio Emanuele II), uno degli accessi più riconoscibili a Ortigia.
L’opera prende forma attraverso un elmo corinzio contemporaneo in bronzo patinato, installato su una base in pietra nel contesto di Porta Marina, Ortigia. La scultura rievoca Archia di Corinto, fondatore mitologico di Siracusa, e le figure di Syra e Akousa, figlie di Archia, considerate dalla tradizione antica cofondatrici della città.

L’elmo non è celebrativo ma evocativo: presenta crepe, ammaccature e segni di battaglia che raccontano la dimensione tragica ed eroica del mito di Archia. L’opera riflette sul rapporto tra memoria, identità e trasmissione culturale, reinterpretando la classicità attraverso un linguaggio contemporaneo.
L’opera nasce dalla volontà di restituire alla città di Siracusa una memoria simbolica delle proprie radici greche.

L’iniziativa nasce da un’idea di Giuseppe Rosano, che negli ultimi mesi ha sostenuto con determinazione la scelta di collocare la scultura in un’area di particolare pregio urbano e storico, dove l’impatto visivo potesse trasformarsi in racconto civico. Durante l’inaugurazione il sindaco Francesco Italia ha definito l’opera «un biglietto da visita per chi attraversa Porta Marina e si immerge in uno scrigno di stratificazioni unico come Ortigia».

L’installazione richiama la figura del fondatore Archia, il corinzio considerato ecista della colonia greca di Syrakousai, fondata tra il 733 e il 734 a.C.: un riferimento che riporta al gesto originario della città e alla sua lunga proiezione nel Mediterraneo.
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La Fondazione di Siracusa (734 a.C.)
Radunò Archia un drappello di coloni greci, scegliendo tra i fieri Corinzi e gli uomini delle terre di Tenea, come si sceglie il legno migliore per una nave votata all’ignoto. Dai moli del Peloponneso salparono verso occidente, e il mare parve scandire il destino di ciascuno. Una parte del gruppo si fermò a Corfù, trattenuta da necessità e timori, mentre Archia proseguì, fedele al segno e alla meta indicata dal dio.
Così, tra promesse d’oracolo e brama di fondazione, la rotta si tese fino alla Sicilia come un arco pronto a scoccare la sua freccia. Quando nel 734 a.C. la prua toccò Ortigia, l’isola apparve come un gioiello d’acqua e pietra, intagliato per la difesa e per il sogno. Era un rifugio naturale, facile da custodire e arduo da violare; un avamposto in cui ogni insenatura sembrava disegnata per proteggere uomini, navi e futuro.
Là sgorgava la fonte Aretusa, dolce e perenne, come una benedizione nascosta nel ventre della roccia. E tutt’intorno si apriva l’immenso porto naturale, una conca placida e potente, capace di accogliere flotte e ambizioni, offrendo a Ortigia la promessa concreta della prosperità.
Ma la fondazione non fu soltanto canto di approdi: fu anche frattura, ferro, conquista. Archia e i suoi uomini respinsero con violenza i Siculi, spezzando l’equilibrio di un luogo già abitato e sacro di memorie. Dalle ceneri del conflitto sorse Siracusa, nuova e implacabile, piantata nel suolo come un sigillo di dominio e di destino.









